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1. Il grifone eurasiatico – carta d’identità

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Sul territorio della Repubblica di Croazia, esiste solo una specie di uccelli predatori che si nutrono di carcasse di animali. Si tratta dei grifoni eurasiatici o “orli” (“aquile”), come questi uccelli vengono chiamati localmente sull’isola di Cherso (Cres), l’isola dei grifoni.

I grifoni dell’isola di Cherso hanno condiviso il loro habitat con l’uomo nel corso della storia, diventando parte integrante di racconti popolari e leggende. Questa mostra è dedicata ai grifoni, come parte del patrimonio naturale della Croazia, dove ricoprono un ruolo ecologico e culturale di grande importanza.

Il grifone eurasiatico (Gyps fulvus) è una delle specie di uccelli più grandi al mondo. Può raggiungere un’apertura alare di 240-280 cm, un’altezza fino a 110 cm, e un peso compreso tra 7 e 12 chilogrammi da adulto.

L’area di distribuzione dei grifoni si estende su vaste zone dell’Eurasia e del Nord Africa. In Europa, sono soprattutto legati al bacino del Mediterraneo, dove si stima la presenza di circa 25.000 coppie nidificanti. Oltre l’80% di grifoni europei nidificano sulla Penisola Iberica, il che rappresenta attualmente la popolazione più numerosa e vitale d’Europa.

I grifoni sono uccelli fortemente gregari: possono nidificare in colonie che arrivano a contare fino a 150 coppie. Sono anche animali longevi, con un’aspettativa di vita che può raggiungere i 40 anni in cattività, mentre in natura la loro vita è generalmente più breve.

Si nutrono esclusivamente di carcasse di mammiferi di media e grande taglia, senza mai cacciare prede vive. In questo modo svolgono un ruolo ecologico fondamentale, contribuendo all’“igiene naturale” degli ambienti in cui vivono e limitando la diffusione di alcune malattie infettive.

Oltre al grifone eurasiatico (Gyps fulvus), in Europa sono presenti altre tre specie di avvoltoi: il gipeto (Gypaetus barbatus), l’avvoltoio monaco (Aegypius monachus), e il capovaccaio (Neophron percnopterus).

2. Il grifone in Croazia

ItalianoAll’inizio del XX secolo, i grifoni erano diffusi quasi in tutta la Croazia: dal Monte Maggiore (Učka), Litorale Croato, le isole del Quarnero e Monte Velebit fino ai canyon di alcuni fiumi dalmati, all’isola di Brazza (Brač), al Monte Biocovo e a parte della costa di Ragusa (Dubrovnik). Nel XIX secolo venivano regolarmente osservati anche in Slavonia. Oltre al grifone, in Croazia nidificavano anche l’avvoltoio monaco e il capovaccaio, che purtroppo si sono estinti nel corso del XX secolo e non nidificano più nel Paese.

Oggi il grifone eurasiatico è l’unica specie di avvoltoio in Croazia e nidifica solo sulle isole del Quarnero: Cherso (Cres), Plavnik, Veglia (Krk) e Prvić. Questo fa della colonia del Quarnero la colonia naturale più settentrionale di questa specie nell’Europa centrale e orientale.

La “popolazione insulare” croata di grifoni è unica al mondo, poiché nel Quarnero questi avvoltoi costruiscono i loro nidi direttamente sulle falesie a picco sul mare. Il nido più basso mai registrato si trova a soli 8 metri sopra il livello del mare! Grifoni che nidificano lungo le scogliere costiere sono stati osservati anche in Italia, sull’isola di Sardegna, ma lì i nidi si trovano comunque ad altezze superiori, di almeno un centinaio di metri sul livello del mare.

La ragione delle basse posizioni di nidificazione è in realtà una conseguenza dell’innalzamento del livello del mare avvenuto circa diecimila anni fa. Attualmente, sulle isole del Quarnero nidificano fino a un centinaio di coppie di grifoni, che costituiscono una popolazione residente distribuita in diverse colonie sparse, composte da poche coppie fino a diverse decine di coppie nidificanti su una singola parete rocciosa.

3. Nella sicurezza del nido…

ItalianoI grifoni costruiscono nidi con un diametro compreso tra 60 cm e 1 metro, posizionati su sporgenze rocciose. La costruzione del nido è opera di entrambi i genitori, che trasportano con il becco il materiale necessario, solitamente rametti secchi, fili d’erba, piumino e lana. Il nido viene strutturato in modo che i materiali più grossolani formano l’esterno, mentre l’interno è rivestito con strati più morbidi di lana e piumino. Oltre alla disponibilità di cibo in natura, è interessante notare che anche il numero di pareti rocciose idonee alla nidificazione rappresenta un fattore chiave che influisce sulla dimensione della popolazione di grifoni.

Dopo il “volo nuziale”, che inizia in ottobre, i grifoni si accoppiano nel nido o nelle sue vicinanze. Come alcune altre specie di uccelli, i grifoni formano legami monogami duraturi e rimangono uniti per tutta la vita. Tra dicembre e gennaio, la femmina depone un unico uovo bianco, lungo fino a 10 cm. Entrambi i genitori si alternano nella cova, riscaldando l’uovo, che si schiude dopo un periodo di incubazione di circa due mesi.

Dopo la schiusa, il grifone neonato è ricoperto da un morbido piumino biancastro. Nasce con gli occhi aperti e rimane al riparo nel nido per circa quattro mesi. Entrambi i genitori si alternano nella cura del pulcino, assicurandosi che non soffra né il freddo né il caldo, trovandogli e portandogli il cibo e proteggendolo da potenziali predatori. I genitori trasportano il cibo nel gozzo e lo rigurgitano direttamente nel becco del pulcino; più tardi posizionano il cibo accanto a lui per aiutarlo ad abituarsi a mangiare da solo.

Primi voli…

Quattro mesi dopo la schiusa, il giovane grifone è in grado di volare, ma rimane attaccato ai genitori per un altro mese o due. Durante questo periodo, effettua voli di prova, impara dai genitori come sfruttare le correnti d’aria per volare e in seguito si unisce ai genitori e ad altri grifoni nella ricerca di cibo.

Sulle isole del Quarnero, a causa della caduta in mare di giovani uccelli inesperti durante i primi voli, l’annegamento è un evento piuttosto comune. Per questo motivo, è vietato avvicinarsi alle scogliere e alle rocce dove nidificano i grifoni, al fine di non disturbarli inutilmente. Tuttavia, se si avvista un esemplare vivo in mare, è importante recuperarlo il prima possibile e portarlo al Centro di recupero per i grifoni a Beli (Caisole) oppure segnalarlo al 112. I grifoni non sanno nuotare, ma riescono a galleggiare in superficie; se non vengono recuperati tempestivamente, purtroppo muoiono entro mezz’ora.

4. Voli erranti…

ItalianoI grifoni del Quarnero lasciano la colonia nidificante dei genitori nel loro primo anno di vita e intraprendono lunghi viaggi, spesso intercontinentali, attraversando Europa, Asia e Africa. Questa fase è anche la più rischiosa della loro esistenza: la mortalità nel primo anno può raggiungere il 75%. La vita errante dei giovani grifoni dura in genere cinque anni, al termine dei quali raggiungono la maturità sessuale. Se non “mettono su famiglia” altrove, molti tornano alle scogliere del Quarnero per nidificare.

Sono state identificate tre principali rotte erranti seguite dai giovani grifoni. Una si dirige verso nord, attraversando Slovenia, Italia, Austria, Ungheria, Germania, Polonia e Paesi Bassi; un’altra si estende verso ovest, raggiungendo Francia e Spagna; la terza corre verso sud-est, passando per Bulgaria, Romania, Grecia, Turchia, Ucraina e proseguendo ancora più a est.

Secondo i dati raccolti tramite dispositivi GPS, sono soprattutto gli esemplari giovani o gli adulti non nidificanti a lasciare le isole del Quarnero seguendo un percorso che attraversa l’Istria, la Slovenia e le Prealpi del Friuli-Venezia Giulia, fino a raggiungere gli Alti Tauri in Austria, dove trascorrono i mesi estivi, per poi tornare a sud con l’arrivo dell’autunno.

Durante i suoi spostamenti, un grifone proveniente dal Quarnero è arrivato fino in Svezia. Il punto più lontano in cui è stato osservato un grifone inanellato sulle isole del Quarnero (e in Europa in generale) si trova in Ciad, nell’Africa subsahariana, a circa 4.000 km dall’isola di Cherso. Questo straordinario viaggio è stato compiuto in meno di due mesi.

L’arte del volo

I grifoni sono eccellenti volatori, capaci di percorrere grandi distanze con un dispendio energetico minimo, grazie alla loro abilità nel sfruttare le correnti d’aria per il volo. Il grifone si solleva in quota utilizzando le correnti ascensionali che si forma frequentemente lungo le scogliere. Raggiunta un’altezza di diverse centinaia di metri, entra in una colonna di aria calda ascendente dove si lascia trasportare verso l’alto per diversi chilometri. Sfruttando queste correnti ascensionali, il grifone può percorrere centinaia di chilometri alla ricerca di cibo senza battere le ali.

Lo sapevate che:

  • Gli alianti utilizzano lo stesso principio di volo dei grifoni.
  • I grifoni evitano di sorvolare vaste superfici di acque aperte, a causa della mancanza di correnti ascensionali.
  • Quando esplorano il territorio in gruppo, i grifoni possono avvistare un altro individuo a una distanza fino a 12 chilometri.

5. Adattamenti degli avvoltoi…

ItalianoLa principale fonte di cibo per i grifoni del Quarnero sono le carcasse di pecora. In caso di scarsità di cibo o condizioni meteorologiche sfavorevoli al volo, i grifoni possono sopravvivere fino a 14 giorni senza mangiare. Possono ingerire fino a 2 chilogrammi di carne alla volta, e 30 grifoni sono in grado di consumare una pecora di 40 chilogrammi in soli 15 minuti! A causa della forte competizione per il cibo, ingoiano rapidamente i bocconi, che vengono “temporaneamente immagazzinati” nell’espansione dell’esofago chiamata gozzo.

Il collo lungo e flessibile dei grifoni, ricoperto da un folto piumino, consente loro di penetrare in profondità nelle carcasse, raggiungendo gli organi interni e altri tessuti molli di cui si nutrono. Poiché si alimentano esclusivamente di animali morti, le loro zampe non presentano artigli particolarmente ricurvi: sono infatti più adatte alla deambulazione che alla presa.

I grifoni non possiedono un olfatto particolarmente sviluppato, ma compensano con una vista eccezionale, che consente loro di individuare le carcasse mentre sono in volo. Osservano inoltre attentamente il comportamento di altri uccelli, in particolare dei corvi imperiali, poiché i loro raduni a terra possono indicare la presenza di carogne di animali. La loro vista è talmente acuta da permettere loro di distinguere un oggetto di 7 cm di diametro da un’altezza di un chilometro.

La differenza tra grifoni giovani e adulti

I giovani grifoni hanno occhi scuri, che con l’età diventano progressivamente più chiari, passando dal nero al giallo chiaro. Anche il becco, inizialmente nero nei pulcini, tende a schiarirsi negli esemplari più anziani.

Il caratteristico collare piumato alla base del collo cambia forma e colore nel corso dello sviluppo: nei giovani è diradato e marrone, mentre negli adulti diventa soffice e bianco. Il piumaggio definitivo viene acquisito intorno ai 5-6 anni, quando i grifoni raggiungono la maturità sessuale. Nel grifone non esiste dimorfismo sessuale: maschi e femmine presentano un aspetto praticamente identico.

6. La sfida è sopravvivere…

ItalianoL’impatto dell’uomo sulla natura e sugli esseri viventi è spesso negativo per molte specie biologiche. Quelle che per natura sono poco numerose, sensibili o con una ridotta capacità di adattamento alle influenze umane, vengono spesso eliminate dalla faccia della Terra o spinte sull’orlo dell’estinzione.

A causa di diversi fattori sfavorevoli come la diminuzione del numero e la mortalità naturale di capi allevati con metodi tradizionali (estensivi), la popolazione di grifoni in Croazia, così come nel resto d’Europa, è drasticamente diminuita nel corso dell’ultimo secolo. Il bracconaggio e l’avvelenamento accidentale hanno contribuito in modo significativo a questo declino. In passato, i bocconi avvelenati utilizzati contro lupi, sciacalli, volpi e altri predatori colpivano indirettamente anche i grifoni. L’ultimo grave caso di avvelenamento accidentale in Croazia risale al 2004, sull’isola di Arbe (Rab), quando 21 grifoni morirono dopo aver ingerito un’esca contaminata da carbofurano, destinata agli sciacalli.

Oggigiorno i grifoni, come altri uccelli, in particolare i grandi rapaci, sono sempre più minacciati dalle collisioni con le pale delle turbine eoliche e dalle folgorazioni causate da linee elettriche realizzate in modo inadeguato.

Una delle cause che può influire negativamente sul successo della nidificazione è lo svolgimento di attività ricreative e turistiche in un modo proibito vicino alle pareti rocciose, soprattutto in estate, quando i giovani grifoni sono nei nidi. Tra queste attività vi sono la sosta prolungata di imbarcazioni turistiche troppo vicine alle scogliere, specialmente nelle zone più basse, per permettere ai visitatori di osservare gli uccelli nel modo migliore. Anche le immersioni turistiche con imbarcazioni subacquee ai piedi delle scogliere, durante l’intera giornata, possono disturbare la colonia, causando la caduta in mare dei giovani uccelli.

7. Tutela dei grifoni…

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Dimostrazione delle capacità visive del grifone.

Il grifone eurasiatico è tutelato a livello internazionale da diverse convenzioni e normative, tra cui la Convenzione di Bonn, la Convenzione di Berna, la Convenzione di Washington (CITES) e la Direttiva Uccelli dell’Unione Europea.

In Croazia, il grifone è oggi una specie rigorosamente protetta ai sensi della Legge sulla protezione della natura. Tutte le isole del Quarnero, per la loro importanza ecologica e ornitologica, sono incluse nella rete Natura 2000. Inoltre, alcune aree costiere con falesie utilizzate dai grifoni per la nidificazione sono classificate come riserve ornitologiche speciali.

Infatti, la prima riserva ornitologica al mondo dedicata principalmente alla tutela dei grifoni fu istituita nel 1969 sull’isola di Veglia (Krk), sulle scogliere costiere da Capo Glavina alla baia di Mala Luka. Successivamente furono istituite altre tre riserve ornitologiche: nel 1972 quella sull’isola di Prvić e, nel 1986, due riserve sulle scogliere dell’isola di Cherso (Cres).

La riserva ornitologica nella parte settentrionale dell’isola di Cherso (Cres) si estende dalla baia di Fojiška fino alla baia di Pod Predošćica ed è oggi conosciuta soprattutto come riserva di Kruna, dal nome della pittoresca scogliera situata nei pressi del paese di Beli (Caisole). La riserva situata nella parte centrale dell’isola comprende il tratto costiero che va dalla baia di Mali Bok alla baia di Koromačna ed è nota come Pod Okladi, dal toponimo locale che indica una zona di scogliere vicino al villaggio di Orlec. Curiosamente, il nome Orlec deriva da “orli” (aquile), termine dialettale usato localmente per indicare il grifone.

Nelle riserve speciali, l’uso del territorio e le attività consentite sono esclusivamente finalizzati alla conservazione delle caratteristiche naturali per cui la riserva è stata istituita. Di conseguenza, non sono ammessi interventi né attività che possano comprometterne l’integrità.

I grifoni, essendo una specie a rischio di estinzione in Croazia, necessitano di misure di tutela attiva per garantirne la sopravvivenza nel futuro. Per questo motivo, sull’isola di Cherso è stato istituito un punto di foraggiamento, noto anche come “ristorante per grifoni”, dove vengono appositamente depositate carcasse per fornire agli uccelli una fonte aggiuntiva di cibo e, al contempo, per raccogliere dati sugli individui inanellati.

Un’importante punto di foraggiamento, frequentato anche dai grifoni del Quarnero lungo la loro rotta migratoria, si trova in Friuli-Venezia Giulia, all’interno della Riserva naturale del Lago di Cornino. In quest’area si trova la popolazione nidificante di grifoni più vicina, insediata nella valle del fiume Tagliamento. Si tratta di una popolazione reintrodotta con successo dalla Spagna negli anni ‘90.

8. In coesistenza…

ItalianoNel corso di una storia turbolenta, durante la quale la gente del luogo, legata alla terra, sopravviveva principalmente grazie all’agricoltura tradizionale e all’allevamento estensivo di pecore, l’isola di Cherso e le altre isole del Quarnero hanno sviluppato un paesaggio favorevole alla sopravvivenza dei grifoni del Quarnero. All’inizio del XX secolo, sull’isola di Cherso si contavano circa 60.000 pecore.

Questa area relativamente piccola è probabilmente diventata la patria degli ultimi grifoni in Croazia proprio grazie alla diffusione dell’allevamento intensivo del bestiame. Ancora oggi, l’allevamento ovino di tipo estensivo, con circa 15.000 capi presenti, consente ai grifoni di nutrirsi delle carcasse di pecore morte, che spesso si trovano tra le rocce o negli anfratti dei pascoli pietrosi. Un altro fattore cruciale per la sopravvivenza della specie è la presenza di pareti rocciose adatte alla nidificazione.

Le scogliere che si innalzano direttamente dalle profondità marine, con il loro aspetto pittoresco, le incisioni torrenziali e le rare macchie di vegetazione profumata, non solo offrono rifugio ai grifoni, ma rappresentano anche luoghi di nidificazione e sosta per altri uccelli rari e affascinanti come l’aquila reale, il biancone, il falco pellegrino, il gheppio comune, gufo reale, il corvo imperiale, la ghiandaia marina, il picchio muraiolo e il cormorano marino. Le comunità vegetali che crescono tra le fessure e le crepe delle rocce sono endemiche e rappresentano un patrimonio unico dell’area del Quarnero.

9. Gli avvoltoi nella storia…

ItalianoI grifoni e altre specie di avvoltoi hanno svolto un ruolo simbolico e culturale significativo fin dagli albori della storia dell’umanità. Le ossa molto lunghe e – come anche degli altri uccelli – cave delle loro ali vennero utilizzate già nel Paleolitico medio per realizzare i primi strumenti musicali a fiato.

I più antichi flauti ricavati dalle ossa di grifone sono stati rinvenuti in una grotta nella Germania sud-occidentale e si stima che abbiano più di 35.000 anni. Questo periodo coincide con l’arrivo degli uomini moderni in Europa, che sostituirono i Neanderthal.

Gli avvoltoi erano venerati nell’antico Egitto e nell’antica Roma. Due dee egizie, Nekhbet e Mut, venivano spesso raffigurate come avvoltoi, e questi uccelli compaiono frequentemente anche nei geroglifici egizi.

Nell’antica Roma, i flauti venivano spesso realizzati con ossa di avvoltoi, uccelli considerati profetici e associati a diverse divinità. Ancora oggi, in Tibet si pratica la cosiddetta “sepoltura celeste”: si crede che lasciare il corpo del defunto in balia degli avvoltoi faciliti la liberazione dell’anima.

Sull’isola di Cherso (Cres), i grifoni sono raffigurati sullo stemma nobiliare della famiglia Ferricoli, scolpito su una lapide del XVII secolo conservata nella chiesa di Santa Caterina, nella città di Cherso.

10. La leggenda dei grifoni di Cherso

ItalianoSi diceva che i grifoni di Beli cantassero. Il loro canto era così insolito e bello che nessun altro uccello avrebbe mai potuto eguagliarlo, proprio come il loro volo magico è insuperabile. Erano fate avvolte in piume d’uccello, con una voce fatata. Con il loro canto, riuscivano a far interrompere a chiunque qualsiasi cosa stesse facendo, che fosse lavoro o divertimento.

Gli abitanti del villaggio di Beli trascorrevano ore ad ascoltare i loro canti, spesso trascurando il lavoro quotidiano. Tuttavia, a essere ancora più infelice era il parroco, poiché quasi nessuno si recava a messa la domenica. Peggio andava agli abitanti di Tramontana (Tramuntana) che, scendendo dai villaggi circostanti per la messa nelle prime ore del mattino, venivano accompagnati dal canto di questi uccelli che li faceva perdere la cognizione del tempo, rapendoli in estasi e facendoli dimenticare il servizio di Dio e il giorno sacro.

La gente, stordita, si presentava dal parroco per scusarsi, ma il ritardo si ripeteva ogni volta. Al momento del “Gloria”, nemmeno metà della chiesa parrocchiale di Beli era piena. Il parroco, in preda alla disperazione, implorò e pregò la Vergine: “Madre di Dio, Vergine Santa, togli la voce fatata dai grifoni.” E la Madonna ebbe pietà del premuroso parroco. Le aquile tacquero – da allora, oltre al loro stridio, non si ode più altro da loro.

Tratto dalla pubblicazione “La storia dei grifoni dell’isola di Cherso” (V. Radek e G. Sušić), basata sugli archivi del sacerdote Mužina e sulla testimonianza del defunto monsignor Josip Bandera, che trascorse la maggior parte della sua vita e del suo sacerdozio nella sua isola natale di Cherso e fu sepolto a Beli.

Sulla Kruna, vicino al mio villaggio,
gli aquilotti costruiscono i loro nidi,
si tuffano nel cielo,
volteggiano,
si sollevano,
e con la tempesta si confrontano…

(A.V.Mihelčić)

1. Il paleolitico – la silvicoltura

La millenaria convivenza tra uomo e natura sull’isola di Cherso ha favorito un’eccellente conservazione della biodiversità. Sono proprio gli stili di vita tradizionali, documentati all’inizio del XX secolo dall’etnologo Andrija Bortulin di Beli, basati sull’allevamento ovino estensivo, agricoltura, gestione forestale e pesca, a garantire la sopravvivenza dei grifoni. Questi ultimi, in quanto specie al vertice della catena alimentare, sono tra i più sensibili a qualsiasi perturbazione dell’equilibrio ambientale.

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Foresta Tramuntana

L’area carsica della Tramontana (Tramuntana) è ricca di anfratti, grotte e doline, alcune delle quali celano tracce dei primi abitanti di questa regione: i cacciatori del Paleolitico. Ci riferiamo al periodo dell’età della pietra antica, 12.000 anni fa, quando l’Adriatico settentrionale era ancora parte della terraferma e le attuali isole si presentavano come rilievi coperti da fitti boschi. Ancora oggi, la zona della Tramontana è avvolta da una densa vegetazione con boschi di roverella e cerro, noti per la loro longevità e per l’ottimo stato di conservazione. Si tratta di luoghi dal fascino mitico, nei quali è facile comprendere perché un tempo la quercia fosse considerata un albero sacro. Si credeva infatti che i boschi e le grotte fossero abitati da numerose creature soprannaturali: fate, streghe, kudlaki o masmalići. Il masmalić era un omino dispettoso che amava fare dispetti agli esseri umani. Si diceva vivesse nelle grotte e vi custodisse grandi tesori. Era diffusa l’idea che chi si arricchiva possedesse un masmalić nascosto in soffitta. Oltre al loro valore simbolico e spirituale, i boschi di Tramontana avevano anche una funzione economica. Questo aspetto era ben noto già ai Veneziani, che contrariamente a quanto spesso si crede, non distrussero i boschi locali, ma ne avviarono una gestione pianificata e sostenibile. Introdussero un metodo particolare di taglio apicale chiamato pedalenje (capitozzatura), che consisteva nel modellare l’albero durante la crescita. I tronchi più robusti venivano tagliati a un’altezza compresa tra i 3 e i 6 metri; da essi, nel corso di 10-15 anni, spuntavano nuovi germogli, detti pušćenice (polloni), usati per ricavare legna da ardere. In questo modo, l’albero poteva essere sfruttato più volte nel tempo senza essere abbattuto completamente. Il legno di qualità superiore era destinato all’edilizia e alla costruzione navale, mentre quello meno pregevole veniva impiegato come combustibile o per alimentare i forni per produrre la calce.

2. IL NEOLITICO – LA COLTIVAZIONE DELLA TERRA

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Guvno, luogo dove si trebbiava il grano

Nel Neolitico, con l’innalzamento del livello del mare, le attuali isole dell’Adriatico settentrionale si separarono dalla terraferma. In epoche successive, si insediarono i primi popoli nell’area di Tramontana. Si presume fossero gruppi tribali indoeuropei, i Liburni, che costruirono i primi insediamenti (castellieri) sulle alture. Iniziò così la coltivazione della terra, accompagnata dal dissodamento e dalla rimozione delle rocce per ottenere terreno coltivabile. Questa faticosa attività durò secoli, modellando il paesaggio culturale di Tramontana come lo conosciamo oggi. Per sistemare le aiuole (lijeha), la terra veniva trasportata in cesti, con l’intento di allargare i campi e garantirne una maggiore resa agricola (intrade, nel dialetto locale). A Tramontana, i cereali venivano coltivati in piccole quantità: grano, segale, orzo, miglio e grano saraceno. Tuttavia, il raccolto durava solo per tre o quattro mesi all’anno, rendendo frequenti i periodi di carestia. Oltre ai cereali, si coltivavano anche il cavolo cappuccio, la broskva (una varietà simile alla verza), la verzota (cavolo riccio o verza), i piselli, le fave, i fagioli, le patate, le rape, le carote, l’aglio, ecc.

3. L’ALLEVAMENTO OVINO

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Pozza mediterranea cinta da muro

La vita tradizionale a Tramontana era fortemente legata all’allevamento ovino estensivo. Le pecore pascolavano liberamente all’aperto, in pascoli delimitati da muretti a secco, che potevano appartenere a privati o essere di uso comune. Venivano radunate in occasioni particolari (per l’agnellamento, la tosatura, la mungitura o nei periodi invernali più rigidi) in recinti a secco chiamati margari. Ogni pecora portava un beleh, un’incisione sulle orecchie che ne indicava il proprietario. Era diffuso il detto: “Un uomo povero è quello che non ha nemmeno il suo beleh”. Tutto ciò che una pecora poteva offrire trovava impiego nella dura vita isolana: la carne serviva per l’alimentazione; dal latte si ricavavano formaggio, burro e ricotta; la lana veniva utilizzata per creare abiti; e con la pelle si realizzava il mijeh, un tradizionale strumento musicale simile a una cornamusa. Anche il grasso aveva il suo valore: veniva impiegato per la produzione di sapone o per lucidare le scarpe di cuoio. Senza questo tipo di allevamento, in cui gli animali vivevano all’aperto tutto l’anno, con una mortalità inevitabilmente più alta, i grifoni non avrebbero potuto sopravvivere. I grifoni dipendono in modo indiretto dall’uomo, e in particolare dai pastori, così come l’uomo trae beneficio da loro, soprattutto nel paesaggio carsico, dove le pecore morte non possono essere sepolte facilmente. Grazie a questo millenario equilibrio, i grifoni restano ancora oggi una delle presenze più maestose nei cieli del Quarnero.

Oltre all’ovinicoltura, a Tramontana si allevavano anche bovini, impiegati principalmente per il trasporto della legna e per l’aratura. Le famiglie più abbienti possedevano anche cavalli. Ogni nucleo familiare allevava inoltre una capra, un maiale e un pollo.

L’ACQUA / LE POZZE D’ACQUA

L’origine della maggior parte degli insediamenti di Tramontana fu determinata dalla vicinanza a fonti di acqua potabile, in particolare alla presenza di una lokva (pozza d’acqua), che rappresentava una risorsa naturale essenziale per uomini e animali. Alcune di queste pozze furono create anche dall’intervento umano, tramite scavi, e venivano utilizzate soprattutto come vasche per l’abbeveraggio delle pecore. Indipendentemente dal fatto che si trovassero su terreni privati o comunali, le lokve erano considerate beni di uso pubblico e non potevano essere privatizzate.

Oltre alle lokve, la principale fonte d’acqua per il villaggio di Beli erano i “pozzi romani” nella gola di un ruscello torrenziale, la cui acqua veniva utilizzata anche per il consumo umano. Si ritiene che questi “pozzi romani” siano stati realizzati già in epoca romana come cisterne per rifornire il loro Caput Insulae l’antico nome latino di Beli – Caisole).

4. I ROMANI – L’AUTOGOVERNO MUNICIPALE

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La chiesa parrocchiale della Purificazione della Beata Vergine Maria dalla prospettiva d’uccello, Beli

Sulle fondamenta di un fortilizio preistorico, nel I secolo a.C. i Romani fondarono l’insediamento Caput Insulae (in latino: “Capo dell’isola”, in italiano “Caisole”), che rivestiva per loro un’importanza strategica eccezionale grazie alla sua posizione, ideale per controllare le rotte di navigazione. Caput Insulae aveva lo status di res publica — il che significava che i suoi abitanti godevano degli stessi diritti dei cittadini di Roma. Nel Medioevo, Beli mantenne l’autonomia ereditata dal periodo romano. Sebbene i governatori supremi dell’isola di Cherso imponessero spesso tasse elevate, i diritti antichi del comune di Beli rimasero per lo più intatti fino al 1494, quando l’amministrazione veneziana lo abolì. Anche dopo la perdita dell’indipendenza, la comunità intraprese frequentemente azioni legali contro individui che violavano i suoi diritti consuetudinari e, in più occasioni, tramite un procuratore, si oppose persino allo stesso doge veneziano. I legami tra il diritto consuetudinario e l’autogoverno si riflettevano nell’istituzione della figura dell’anziano del villaggio, il quale, fino al XX secolo, era incaricato di risolvere le controversie minori all’interno della comunità. A lui spettava anche il compito di stabilire i risarcimenti in caso di abbattimento di alberi nel bosco altrui o di pascolo su terreni comuni o privati. Inoltre, regolava la cosiddetta rabota, ovvero i lavori pubblici destinati alla pulizia delle pozze d’acqua (lokve) e di altre aree di uso comune.

L’ARRIVO DEI CROATI – LA CRISTIANIZZAZIONE – LA DEVOZIONE POPOLARE

Dal VII secolo in poi ebbe inizio un intenso processo di insediamento dei Croati nella loro attuale patria, compresa l’isola di Cherso, dove proseguirono la continuità di vita già presente sul territorio. Adottarono gradualmente il cristianesimo, praticando la religione in antico slavo ecclesiastico e utilizzando la scrittura glagolitica, che rimase in uso fino alla fine del XIX secolo. Una delle caratteristiche più affascinanti dell’area di Tramontana è l’elevato numero di chiesette: se ne contano ben quaranta. Questi edifici venivano spesso costruiti come atto di devozione o nei luoghi in cui le persone soggiornavano temporaneamente durante particolari periodi dell’anno per svolgere lavori stagionali. Gli abitanti di Beli coltivavano diverse forme di devozione popolare, tra cui spiccano gli oposići: lunghe file di candele infilate in una sottile corda, realizzate tradizionalmente dalle donne del villaggio davanti al focolare domestico. Durante la consacrazione della chiesa, celebrata la terza domenica di ottobre, tre lunghe file di oposići cingevano l’edificio sacro. Una simile pratica si svolgeva anche il giorno di San Marco, quando venivano benedetti i pascoli e il bestiame. In occasione della Candelora, il sacerdote tagliava piccoli pezzi di oposići e li distribuiva ai fedeli, che li portavano a casa come segno di benedizione.

5. IL MEDIOEVO – L’ORGANIZZAZIONE TERRITORIALE DEGLI INSEDIAMENTI E DELLE ABITAZIONI

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Esempio di architettura tradizionale, Važminež

Durante il Medioevo, gli insediamenti e le abitazioni insulari si svilupparono come un contesto ambientale e spaziale fondamentale per la vita tradizionale, che sarebbe rimasta sostanzialmente immutata fino al XX secolo. Oltre ai villaggi stabili, a Tramontana sorsero anche abitazioni pastorali come insediamenti occasionali e temporanei situati su tenute appartenenti a nobili, alla Chiesa o persino al comune. Le abitazioni in cui l’allevamento ovino si integrava con lo sfruttamento forestale e l’agricoltura, erano gestite dal cosiddetto bravor, che collaborava con diversi pastori.

Le case erano costruite con la pietra, un materiale abbondante nella regione carsica, e con la caratteristica terra rossa usata come legante. Si trattava di edifici a due piani, dotati delle tipiche verande rialzate chiamate baladur. Tra le strutture agricole più comuni vi erano le stalle, dette štoli: basse costruzioni composte da un unico locale desinato al bestiame. L’intero paesaggio della Tramontana è caratterizzato da muri a secco, noti come gromače, che potevano essere sia singoli sia doppi. La tecnica del muro a secco si usava anche per costruire i barbacani, muri di contenimento che delimitavano i bancali rialzati, gole, sentieri, recinti e margari (recinti per pecore). Le gromače erano dotate di aperture con porte di legno, chiamate zatok, che ne permettevano il passaggio.

LA STORIA DEL PANE

Dopo la mietitura, il grano veniva trebbiato, cioè separato dalla pula, in uno spiazzo circolare recintato detto guvno. Successivamente, con l’aiuto di un setaccio chiamato jujnice e grazie all’azione del vento, i chicchi venivano separati dalle impurità. La macinazione avveniva in mulini domestici manuali, detti žarne, e la farina ottenuta, chiamata muka, veniva usata per la preparazione di pane, dolci e pasta. Si cuocevano diversi tipi di pane, a seconda del tipo di farina disponibile: lo strusni, un pane scuro prodotto con farina d’orzo, e lo splošni, ottenuto mescolando diverse farine. Quando il grano veniva a mancare, si ricorreva alla macinazione delle pannocchie di mais o persino dei noccioli d’oliva. Il pane dolcificato con miele era detto medac o semplicemente “pane dolce”. In alcune occasioni si impastava anche farina mista a bacche di sorbo essiccate e macinate. A Pasqua si preparava la pogača, un pane speciale, e con lo stesso impasto si modellavano per i bambini trecce dolci chiamate sisirnjak. Per la festa di San Giovanni o di San Pietro si cuoceva la škanjeta, un pane bianco e dolce simile a un dolcetto. A Natale, invece, si preparavano i paprenjaci, biscotti speziati a base di farina, miele, uova, formaggio, pepe e zucchero. L’impasto del pane veniva lavorato nei capponi, recipienti di legno scavati, e la cottura avveniva nei tradizionali forni a legna oppure direttamente sul focolare, assieme ad altri alimenti.

6. I VENEZIANI – IL COMMERCIO

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All’interno di un frantoio tradizionale “toš”, Beli

I Veneziani governarono Cherso ininterrottamente per oltre 300 anni, dal 1409 fino alla caduta della Repubblica di Venezia nel 1797. Sebbene i vini e l’olio d’oliva dell’isola fossero considerati tra i più pregiati della Repubblica, i loro prezzi all’esportazione non rispecchiavano quelli di mercato, ma venivano imposti da Venezia e risultavano regolarmente inferiori a quelli dei prodotti veneziani.

LE OLIVE

Gli ulivi (Olea europaea) furono introdotti a Tramontana dai Romani. Fu però l’allevamento intensivo delle pecore a favorire un legame speciale tra questi animali e gli uliveti: le pecore pascolano tra gli ulivi, eliminando le erbacce e fertilizzando il terreno. In questa zona, gli ulivi possono vivere oltre 1.000 anni. Venivano coltivati principalmente lungo la costa, da Porozina a Dragozetići, a Dol e nei dintorni di Beli.

Le olive venivano raccolte in una borsa chiamata maletica, legata intorno alla vita, oppure in un cesto. Per piegare i rami si utilizzava un uncino speciale. La spremitura avveniva in casa con metodi molto primitivi: le olive venivano calpestate con i piedi indossando zoccoli di legno appositi. Durante l’amministrazione austriaca, a Beli fu costruito un toš, un frantoio che rimase in uso fino agli anni ’30 del Novecento. Dopo la spremitura, l’olio veniva raccolto in un barilnjak (botte), insieme alla murka (sedimento). Per raccogliere l’olio rimasto dopo la spremitura si usava la piuma di grifone.

LA VITE

Quasi tutti i terreni coltivati sui pendii erano destinati alla vite. La potatura veniva effettuata con le cesoie fino al tarsio e la pianta veniva poi legata a un palo, solitamente rivestito di corteccia di salice. Le viti venivano regolarmente trattate con zolfo per proteggerle dalle malattie. Dopo la vendemmia, l’uva veniva pigiata con i piedi e il mosto ottenuto veniva versato in otri o botti per la fermentazione. Il vino era conservato in bottiglie, bocuni o dumijoni (damigiane), nonché in grandi botti chiamate karatele. Per servirlo si utilizzavano brocche e bukalete (tipiche tazze o boccali in legno o ceramica). I vigneti di Beli furono in gran parte distrutti all’inizio del XX secolo dalla fillossera e dalla peronospora.

7. L’AUSTRIA – VERSO LA MODERNITÀ

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Edificio scolastico a Beli, anni ’30 del XX secolo

Nel 1814, con l’instaurazione del dominio austriaco sull’isola di Cherso, furono introdotte numerose innovazioni: venne istituito il catasto, furono aperte scuole, si iniziarono a effettuare censimenti regolari e, in generale, le condizioni di vita migliorarono sensibilmente. Nel 1861, a Beli fu aperta la cosiddetta scuola triviale, accessibile a qualsiasi bambino in età scolare desideroso di ricevere un’istruzione. Le lezioni si svolgevano in lingua croata. Nel 1929, durante l’occupazione fascista, fu costruito l’edificio che oggi ospita il Centro visitatori di Beli, originariamente destinato a essere una scuola. La sua apertura rientrava nella politica di italianizzazione imposta dal regime, con l’invio di insegnanti italiani incaricati di sostituire l’insegnamento in lingua croata. Dopo la Seconda guerra mondiale, il numero degli alunni diminuì progressivamente, fino a portare alla chiusura definitiva della scuola nel 1980.

LO SFRUTTAMENTO DELLA BAUXITE

Durante il periodo del dominio austriaco ebbe inizio, nella zona di Tramontana, l’estrazione della bauxite. Le miniere principali si trovavano nei pressi del villaggio di Niska e dell’abitazione Srednji. Durante la Prima guerra mondiale, anche i prigionieri russi furono impiegati come forza lavoro nelle miniere. Successivamente, lo sfruttamento proseguì sotto l’amministrazione italiana. Nel 1935 fu inaugurata una funivia che collegava la miniera vicino a Niska con il porto di Podbeli.

8. I VIAGGI / L’EMIGRAZIONE

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Ponte romano

Già in epoca preistorica, l’isola di Cherso intratteneva intensi contatti con la terraferma attraverso la cosiddetta “Via dell’ambra”, un percorso che dal Baltico conduceva ad Aquileia e da lì, passando per Cherso, si estendeva ad altre zone del Mediterraneo. Con la fondazione dell’insediamento Caput Insulae, i Romani collegarono l’isola agli altri insediamenti romani presenti tramite una strada. Costruirono inoltre un ponte sulla gola di Potok, che oggi rappresenta l’unico ponte romano conservato sulla sponda orientale dell’Adriatico. La strada e il ponte furono più volte ristrutturati e furono utilizzati dagli abitanti di Beli per il trasporto di persone e merci con l’ausilio dei tradizionali carri trainati da animali chiamati kor. Le tacche lasciate dalle ruote di questi carri trainati da buoi, visibili in alcuni tratti, testimoniano l’uso secolare della strada.

Fu così che all’inizio del XX secolo molti abitanti di Beli partirono per il mondo in cerca di una vita migliore.

Nel corso del XIX e XX secolo, una parte della popolazione si dedicò alla navigazione, quindi nelle case di Beli entrarono a far parte prodotti di produzione straniera, tra cui piatti cinesi o inglesi.

Dopo la Seconda guerra mondiale, per ragioni economiche e politiche, Tramontana fu interessata da un’ondata di massiccia emigrazione, che provocò un drastico calo della popolazione. Molti abitanti di Beli si trasferirono a Fiume, altri optarono per l’Italia (i cosiddetti optanti), mentre un numero significativo emigrò oltreoceano, soprattutto a Chicago nell’USA e in Australia. Nel breve arco di otto anni, tra il 1945 e il 1953, la popolazione si ridusse di oltre il 70%.

9. BAUL (BAULE)

ItalianoBaul è il nome di una cassa con coperchio, utilizzata come baule durante lunghi viaggi, spesso transoceanici. Attraverso questi bauli giungevano a Beli oggetti di vario genere e, insieme ad essi, anche le ultime novità della civiltà e della modernità.

Questo baule simboleggiava il legame di un piccolo villaggio insulare con le meraviglie di terre lontane: era la finestra di Beli sul mondo.

Sollevate il coperchio e date un’occhiata all’interno!

10. LA PRODUZIONE DEL FORMAGGIO

ItalianoIl detto “Kad pride Jurjev dan, svaka solarica va svoj ston” si riferisce alla tradizione secondo cui, per San Giorgio (23 aprile), tutti gli agnelli dovevano essere separati dalle pecore, affinché la solarica — cioè la donna addetta alla mungitura e alla produzione del formaggio, che si otteneva mescolando il serišće (il contenuto del rumine di un maiale o di un agnello) al latte — potesse iniziare il suo lavoro. Dopo che il latte si era addensato al calore del focolare, veniva mescolato, raccolto a mano e spremuto accuratamente. Successivamente, il formaggio veniva strofinato con sale e posto in una žetica, un contenitore cilindrico di legno senza fondo che permetteva il drenaggio dell’acqua in eccesso. Sul formaggio veniva posto un coperchio, chiamato tareić, sopra il quale si esercitava pressione con un rullo di legno detto ožetilo. Dopodiché il formaggio veniva fatto asciugare su un kaserić (una scatola di legno con il fondo aperto o semplicemente una griglia), appesa a una trave in casa. L’acqua residua, chiamata presnica o siero, veniva bollita per ottenere la ricotta, chiamata pujina. Il burro si preparava sbattendo la ricotta scremata dal latte in una ciotola di legno (klatač), per poi scioglierla sui carboni ardenti.